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d'Arcais non stringe la mano a Schifani

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di Aloi Calabrese.

Il direttore di MicroMega, periodico di geopolitica, Paolo Flores d’Arcais era stato invitato agli “Stati Generali” della tv in Italia dal presidente della commissione di vigilanza sulla Rai, Sergio Zavoli, ma dopo aver confermato la sua presenza ha fatto marcia indietro. Paolo Flores d’Arcais ha declinato: “Non posso stringere la mano al senatore Schifani”. Il motivo? Sta nell’inchiesta pubblicata su “Il fatto quotidiano” dal giornalista Marco Lillo “che negli Stati Uniti avrebbe candidato l’autore al premio Pulitzer e che in Italia gli ha garantito il più assordante silenzio” ha scritto d’Arcais in una lettera.


D’Arcais attacca quel servizio pubblico “che si è ben guardato dal riferire i fatti cui l’inchiesta fa riferimento. Fatti clamorosi – continua il direttore di MicroMega nella sua lettera a Zavoli – che in qualsiasi paese dell’occidente avrebbero già portato, sollecitate in primo luogo dalla sua parte polittica, alle dimissioni del presidente del Senato Renato Schifani”.
Ma a cosa si riferisce d'Arcais?...
Vediamolo: “In un’informativa della Dia, depositata al processo d’appello contro il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, il pentito Gaspare Spatuzza ricorda un episodio dei primissimi anni ‘90, sostenendo di avere visto l’attuale presidente del Senato, Renato Schifani, incontrare il boss Filippo Graviano. La vicenda si riferirebbe al periodo in cui Schifani esercitava la professione di avvocato civilista e amministrativista e Graviano non era ancora latitante. Schifani assisteva civilmente Giuseppe Cosenza, indiziato per mafia e poi sottoposto al sequestro e alla confisca dei beni (divenuti definitivi nel 1992) e alla sorveglianza speciale per tre anni. Nella propria informativa del 26 ottobre scorso, la Dia di Firenze ricostruisce che gli incontri si sarebbero svolti nella sede della Valtras, appartenente a Cosenza. Gli agenti si sono limitati a verificare che Cosenza era titolare della ditta e che é pregiudicato, oltre a indicarlo come “notoriamente collegato ai fratelli Graviano”. Di lui avevano parlato numerosi collaboratori di giustizia, ma non è mai stato condannato per mafia o omicidi. Manca invece la verifica sul difensore nei procedimenti civili e di fronte alle misure di prevenzione.
“Ho cercato nella mia memoria – dice Spatuzza – di collocare i rapporti di Graviano Filippo su Milano. In proposito preciso che Filippo Graviano utilizzava talvolta l’azienda Valtras, dove lavoravo, come luogo di incontri. Accanto a questa c’era un capannone di cucine componibili di Pippo Cosenza, dove pure si svolgevano incontri, dove ricordo avere visto più volte la persona che poi mi è stata indicata essere l’avvocato del Cosenza (Schifani ndr)”. “Preciso – dichiara ancora il pentito – che in queste circostanze questa persona contattava sia il Cosenza che il Filippo Graviano in incontri congiunti. La cosa mi fu confermata dal Graviano Filippo a Tolmezzo, allorquando, commentando questi incontri, Graviano Filippo mi diceva che l’avvocato del Cosenza, che anch’io avevo visto a colloquio con lui, era in effetti l’attuale presidente del Senato Renato Schifani. Preciso che anch’io, avendo in seguito visto Schifani su giornali ed in televisione, l’ho riconosciuto”. Spatuzza sottolinea infine che Cosenza “é persona vicina ai Graviano, con i quali aveva fatto dei quartieri a Borgo Vecchio, ben conosciuta anche da Drago Giovanni”.
Queste accuse precise e circostanziate sono le ultime uscite nei confronti di altro personaggio equivoco, già negli anni piuttosto chiacchierato in certi ambienti del Palermitano, e non si capisce come un politico, certamente mediocre e una persona dalla molto dubbia moralità sia oggi ad occupare la poltrona della seconda carica dello Stato.
Il "senatore" così si difende: “Non ho mai avuto rapporti con Filippo Graviano e non l’ho mai assistito professionalmente. Questa è la verità. Sia chiaro: denuncerò in sede giudiziaria, con determinazione e fermezza, chiunque, come il signor Spatuzza, intende infangare la mia dignità professionale, politica e umana, con calunnie e insinuazioni inaccettabili”. Aggiunge Schifani: “Sono indignato e addolorato. Ho sempre fatto della lotta alla mafia e della difesa della legalità i valori fondanti della mia vita e della mia professione. I valori di un uomo onesto”.
Solidarietà e parole di difesa per Schifani sono arrivate da tutta la maggioranza di Governo.
Non la pensa così Antonio Di Pietro: "Di fronte a una ricostruzione così circostanziata fatta da un pentito di mafia, il presidente Schifani, seconda carica dello Stato, direttamente chiamato in causa, non può semplicemente affermare che Spatuzza è un calunniatore ma deve spiegare nel merito se conosce o ha avuto incontri con il boss Filippo Graviano". "In assenza di spiegazioni convincenti - conclude - si creerebbe un gravissimo corto circuito istituzionale che imporrebbe le dimissioni di Schifani".
Adesso Pietro Romeo e Gaspare Spatuzza saranno interrogati anche dai magistrati delle Procure di Palermo e Caltanissetta che indagano sulle stragi e sulla "trattativa".

Intanto, secondo l'ex procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna: in Cosa nostra si torna a parlare di "dissociazione". E a dare voce al tentativo di prendere le distanze dalla mafia sarebbe proprio l'ergastolano Filippo Graviano.
L'ex magistrato, ora in pensione, riconosce nelle parole pronunciate recentemente dal capomafia davanti ai magistrati di Firenze e durante il confronto con l'ex braccio destro, Gaspare Spatuzza, passato tra le fila dei pentiti, un tentativo di allontanarsi dall'universo mafioso. La disponibilità a rispondere ai pm toscani, quell'"io sono cambiato", più volte ripetuto, il rispetto e la comprensione tributati all'ex amico Spatuzza, mai attaccato durante il faccia a faccia, sono per Vigna emblematici di una scelta.

Secondo Alfonso Sabella, ex pm della Dda di Palermo, poi braccio destro di Giancarlo Caselli al Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria, che proprio dal Dap fece naufragare il tentativo di dissociazione intrapreso da alcuni boss. "Altro che dissociazione in questo caso", spiega Sabella che, dopo il "licenziamento" dal Dap da parte dell'ex capo Giovanni Tinebra, succeduto a Caselli, è stato trasferito al tribunale di Roma. "I boss sanno benissimo che in questo momento non ci sono le condizioni per ipotizzare una legislazione in tal senso. Piuttosto, Graviano - spiega - manda messaggi a chi è fuori e non ha saputo mantenere le promesse che aveva fatto. Un po' come dire: io non mi pento, ma state attenti che se parlo io, sono guai seri". "C'é tutta una generazione di ex 40enni, ora prossima ai 50 anni, - aggiunge Sabella - con condanne all'ergastolo definitive e senza prospettive di uscire dal carcere, che si sente tradita da chi aveva dato garanzie, poi fallite. Sono arrabbiati. E Graviano è uno di loro. I suoi sono avvertimenti. E, ne sono certo, parla anche per il fratello".

Leggi "Lo Strillo del Grillo"

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